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Antropomorfismo a me fa sempre venire in mente trentatré trentini, o supercalifragilisticespiralidoso. Quel tipo di parola che ti arrotola la lingua. Quel tipo di termine scientifico che in cinofilia viene tradotto un po’ come gli pare. In questo caso, con un cane che indossa cappottini fashion, collari e pettorine di strass, che viene tenuto in braccio e sbaciucchiato che manco un neonato il giorno del battesimo, fotografato su un cuscino di broccato, con un vestitino addosso. Un cane trasformato non tanto in un umano, quanto in una bambola.

E non c’è giorno o quasi che qualcuno non predichi dal pulpito contro chi “antropomorfizza (...espiralidoso)” il cane, trattandolo come un bambino, e impedendo al povero cane di comportarsi da cane. Guai! A far salire il cane sul letto. Guai! A dimostrare affetto al cane! Guai! A parlare al cane! Guai! A insegnare al cane a fare uno slalom o toccare un tappetino con i piedi anteriori. Eccetera.

Non è antropomorfismo vestire i cani come bambole e trattarli come bambolotti.

E’ antropomorfismo attribuire al cane motivazioni e emozioni umane.

vita col cucciolo di cane

Antropomorfo significa che ha aspetto umano, e nel caso in cui non sia l’aspetto esteriore a somigliare a noi, si presume ci somiglino in un qualche aspetto interiore.

Io antropomorfizzo i miei cani. In tutti e due i modi. Li tratto come componenti di famiglia, parlo con loro, condivido la casa, compreso il divano e a volte il letto. Non festeggio i compleanni, ma lo faccio di rado anche con gli umani. Non compro vestitini da bambola, perché antropoformizzare non è trasformare i cani in un oggetto da ammirare e mostrare, ma trattarli da umani o attribuire loro caratteristiche umane. Li antropomorfizzo anche nell’attribuire ai cani motivazioni e sentimenti umani. O piuttosto è vero il contrario, tendo a “cinomorfizzare” gli umani, a far ritrovare agli umani motivazioni e emozioni simili a quelle dei cani.

Li tratto come componenti di famiglia e parlo con loro, perché questo è il nostro modo naturale di dimostrare un legame, di costruire relazioni, di esprimere noi stessi, di comunicare, di provare empatia. Nella relazione con un cane, se gli voglio bene (o anche solo se mi relaziono con il cane), sono me stessa. Ho imparato a codificare segnali comprensibili, e decodificare i loro segnali, ma sono e rimango me stessa. Non fingo di essere un cane, non ringhio, per dire.
Uso lo sguardo, la voce, le posture del corpo, e rimango una persona. Cinomorfizzo le persone perché per me esiste una base comune, una radice profonda che ci lega, nel formare legami sociali, nel provare emozioni. Diventiamo più simili ai cani quando smettiamo di  applicare stupide regole apprese dai libri e dagli istruttori cinofili, e impariamo a metterci a nudo. Quando sviluppiamo auto consapevolezza e auto sintonizzazione, e siamo in grado di sapere chi siamo, nella relazione, e di vedere davvero l’altro. I cani lo fanno, e per loro non esiste altro modo di essere e di relazionarsi. (L'apprendimento come esperienza di relazione)

Ma esiste un altro modo di antropoformizzare il cane, ben più subdolo e nascosto.

comunicare con il cane

E’ quello che succede quando imponiamo a un cane i nostri schemi mentali, in modo del tutto inconsapevole.
La nostra visione del mondo ha origine in un preciso abito storico e culturale. Siamo ciò che ci è stato insegnato, ciò che abbiamo imparato a essere.

E’ parte di noi imparare a reprimere l’espressione fisica di determinati stati emotivi. Impariamo a non dimostrare emozioni, impariamo a controllarci, a mentire. Tutti quanti noi abbiamo risposto “sto bene” quando ci è stato chiesto “come stai?”, anche se stavamo di merda. Siamo così convinti che esista un modo “giusto” di comportarsi in pubblico, da applicare la stessa regola agli altri. Anche quando gli altri sono cani.

L’antropomorfista nascosto è quello che vuole insegnare a un cane a comportarsi da umano, là dove per umano non si intende certo camminare con una postura eretta, o suonare un pianoforte, ma seguire le regole che definiscono la nostra convivenza sociale, la nostra cultura. Il cane deve essere “calmo”, perché l’agitazione, la perdita di controllo fisico in risposta a uno stato emotivo, viene condannata dalla nostra società. Ai cani non può fregare di meno del disagio causato a umani dal loro abbaiare, dal loro reagire intensamente a uno stimolo. Ma per il proprietario, o persino l’educatore, quella reazione è “sbagliata”. Il cane deve imparare a comportarsi “bene”. (Provare empatia verso il cane: le trappole dell'empatia)

SE UN CANE SI COMPORTA “MALE” NON E’ SBAGLIATO IL COMPORTAMENTO DEL CANE (O IL CANE), MA E’ SBAGLIATO IL CONTESTO A CUI VIENE ESPOSTO IL CANE

comunicazione uomo cane

Chi vuole insegnare al cane a comportarsi “bene”, non fa altro che replicare schemi culturali umani, di fatto trasformando il cane in un “piccolo umano”, che deve sottostare alle stesse nostre regole.

Lo facciamo in continuazione. Il cane non deve rovistare nella pattumiera, non deve saltare addosso (avvicinare il muso alla nostra faccia è per un cane un modo naturale e sociale di salutare), non deve tirare al guinzaglio, deve tornare al richiamo, deve sporcare fuori casa (noi sporchiamo in casa, bell’esempio di coerenza, per il cane...), deve incontrare qualunque altro cane senza mai reagire, deve essere calmo e non dare fastidio...
La cosa più incredibile, è che i cani riescono ad adattarsi a molte di queste assurde regole. Provate a tenere in casa una cavia peruviana. Libera. Provate a insegnare alla cavia a non rosicchiare i mobili, a sporcare solo dove piace a voi, a tornare al richiamo ogni volta che volete che torni. O provateci anche solo con il vostro gatto. Non funziona? E allora perché lo pretendete dal cane? Perché date per scontato che lo debba fare? I cani sono creature incredibilmente adattabili, sono stati capaci di sopravvivere all’ambiente più complesso al mondo: la vita con l’uomo. Ma non sono umani. Sono e rimangono animali diversi da noi. (I cuccioli mentono, i cuccioli non mentono)

Se davvero non vogliamo antropoformizzarli, nell’accezione negativa del termine, dovremmo smettere di pretendere che si comportino come noi, che abbiano un qualche obbligo morale nel comportarsi come piace a noi e secondo le nostre infrastrutture sociali e culturali.

il cane si comporta come umano

Per un cane è del tutto naturale prendere del cibo che non appartiene a nessuno. Tipo del cibo che è stato lasciato sul tavolo della cucina, incustodito. Non è un tradimento, non è un comportamento maleducato, sbagliato, da condannare e correggere. E’ dannatamente naturale che un cane mangi del cibo incustodito. Il cane può comunque imparare a non prendere il cibo dal tavolo della cucina. Ci dobbiamo impegnare perché il cane impari a inibire questo impulso naturale, ma se siamo coerenti, comunichiamo in modo efficace, e se il cane collabora, ce la possiamo fare. Ma dovremmo essere grati al cane che non ruba il cibo in cucina. Grati per quello che fa per compiacerci, anche quando non ha alcun senso biologico per la sua specie.

  • Essere grati al cane se torna al richiamo.
  • Essere grati al cane se ci segue al guinzaglio.
  • Essere grati al cane se rimane da solo per ore.
  • Essere grati al cane se riesce a incontrare cani estranei ed essere tollerante.
  • Essere grati al cane se riesce a incontrare persone estranee e sopportarle.
  • Essere grati al cane se impara comportamenti inutili e li esegue quando glieli chiediamo.
  • Essere grati al cane per la sua capacità di soffrire gli abusi e continuare a voler vivere insieme agli umani

E se non ci credete, provate a pretendere metà di quello che chiedete a un cane, da una qualunque altra specie animale (umani compresi)

Testo di Alexa Capra, 31 Agosto 2016

Fotografie di Daniele Robotti
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"Quello che diciamo ai cani" è la prima guida in assoluto dedicata alla comunicazione dall'uomo al cane.

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